Pensieri

Posted in Blog on luglio 15, 2010 by luvemil

Giorgio Gaber – Il comportamento

Posted in Blog, Brainstorm, Musica on luglio 13, 2010 by luvemil

Dopo più di sei mesi di assenza i miei cari lettori fidati saranno ormai decimati, ma non importa. Sono cambiate tante cose in questo anno che ormai è terminato (l’anno per me va da un giugno al successivo), quindi bisognerebbe aggiornarci… sincronizzarci. Tuttavia preferisco lasciare un po’ di mistero che non guasta mai e potrebbe anche garantirmi quel tanto di fascino sufficiente da riuscire a rimorchiare. E proprio a questo proposito è la canzone che vi propongo. Mi raccomando, non fermatevi alla prosa iniziale ma ascoltatela tutta. Il tema dell’inesistenza dell’Io è abbastanza forte in Gaber, e sarebbe un ottimo spunto per cominciare a esporre una breve trattazione sul significato di intelligenza, di linguaggio, di comunicazione, di coscienza, di pensiero e infine di Io, ma è tardi e non ho voglia di dilungarmi.

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Non puoi dimostrare che non esiste

Posted in Blog, Uncategorized on dicembre 8, 2009 by luvemil

Parlando de “L’illusione di Dio”, un mio amico ha concluso « Non puoi dimostrare che non esiste ». Ci sto riflettendo.

Facciamo il punto della situazione, tu credi che in ogni istante ci sia qualcuno (e sottolineo qualcuno, una persona) che ti guarda, che si preoccupa per te, di quello che fai, che giudica le tue azioni, che ascolta le tue preghiere, che alla fine della tua vita si farà un bel conticino da ragioniere e ti dirà quanti secoli di purgatorio scontare prima di poter ammirare per l’eternità la sua bellezza; non solo, costui fa questo con tutti gli altri esseri umani sulla faccia della terra (checché loro ne dicano); non solo, questo tizio si è preoccupato di creare il mondo prima di mettersi a dirigerlo; non solo, costui chissà quali piani ha in testa per cui è onnipotente ma non fa mai niente, e quando lo fa in genere sono cazzate (del tipo parlare nella testa di una bambina sperduta in una bettola dell’Ohio).

E sarei io a dover dimostrare che una cosa del genere non esiste?

Affirmandi incubit probatio, quando dico che al principio dell’universo c’è il Big Bang porto delle prove quanto meno plausibili e ho la decenza di parlare di ipotesi, e se qualcuno mi dice che non è così di certo non mi rizelo e quanto meno non mi nascondo dietro un dito dicendo « Non puoi dimostrare che non è così ».

Una questione di cura

Posted in Blog, Brainstorm on novembre 11, 2009 by luvemil

Oggi mi trovavo a parlare con un mio caro amico dell’essere truzzo. Francamente non so di preciso cosa significhi la parola, quindi ho cominciato a chiederlo a lui che sembrava così esperto in materia.

Il mio amico comincia col rapportarli ai punk (in realtà non si riferiva proprio ai punk, ma va bene questa approssimazione). Un truzzo si cura.

E io: cosa significa curarsi?

Dopo vari fraintendimenti siamo giunti a stabilire che curarsi significa lavarsi, profumarsi e vestirsi in modo decente. Tralasciando particolari insignificanti (come ad esempio l’asserzione discutibile che chi si cura è un truzzo, ma lasciamo stare), possiamo dire che ci siamo fermati grosso modo qui.

Quello che vorrei portare all’attenzione del lettore è una parte importante del discorso da un punto di vista psico-sociale. La tesi secondo cui un abbigliamento “decente” implica l’apposizione di qualche firma sul capo o comunque la sua vistosità. Vistosità, perché è stata esplicitamente a quello che definisco un dignitoso nero e che di gran lunga preferisco.

L’affermare questa tesi significa che all’interno della massa dei giovani si è perso un concetto antico quale quello di dignità: non vi è nulla di male ad avere un’ossessione per l’aspetto esteriore e non sto in alcun modo a sindacare sui gusti che sono personali e sacri. Tuttavia ormai è diffusa l’idea per cui la mancata cura ossessiva significa trascuratezza, tralasciando quindi quella che può essere una visione estetica sobria. Praticamente fra i giovani d’oggi (non tutti, fortunatamente), la serietà non ha alcun peso.

In questa nuova generazione io mi sento veramente emarginato, eppure a volte mi rendo conto di non essere diverso dagli altri. Io non ho mai compreso le mode e i gusti dei giovani, non sono mai stato d’accordo su quello che io considero il desiderio di non pensare. Lo svago come obbiettivo vita, è questo che proprio non riesco a concepire. Questa masse mi danno l’impressione di vivere soltanto per dimenticare la vita.

Non riesco a non guardare con occhio sospettoso questa concezione. Non riesco a trovarla in nessun modo attraente. Non capisco come si possa trovare piacevole andare in discote, non capisco come si possa trovare gradevole esteticamente una maglia D&G, non capisco come si possa indossare un jeans strappato con camicia e maglioncino, non capisco come ci si possa vantare delle proprie avventure amorose (e giudicare, poi, una ragazza che se ne vanta “perché lei è una ragazza”). Non capisco come si possa giudicare gli altri.

Io non condivido molte idee, ma da non condividere a denigrare apertamente cambia molto.

Io credo che al di là di tutto, l’uomo è un animale. Non c’è niente di onorevole a comportarsi da animale (nel senso di soddisfare istintivamente ai propri bisogni e vivere soggetti ad essi), significa solo comportarsi in modo naturale. Quello che l’uomo ha di più della bestia è l’intelligenza, un comportamento onorevole o dignitoso può essere quello di sfruttare tale intelligenza per distinguersi dalle bestie. Ad esempio in modo kantiano domandarsi se è possibile l’universalizzazione di un’azione, e qui soggettivizzare gli altri nell’azione: considerarli uomini.

In particolare, è proprio di un uomo d’onore rispettare l’idea altrui e mai in nessun caso denigrarla gratuitamente. Inoltre, poiché l’unico giudice dell’onore di un uomo è lui stesso, mai pronunciare giudizi morali, etici o estetici. La dignità di un uomo è personale, ma significa dignità anche astenersi dal giudicare gli altri.

Sono conscio del fatto che questo non è un discorso organizzato coerentemente, ma è colpa dell’ora a cui scrivo. Comunque due tesi fondamentali sono emerse che mi ripropongo di trattare meglio a mente lucida nei prossimi giorni:

  1. per quanto riguarda le norme di comportamento generali, l’onore dell’uomo come cardine su cui basare il sistema etico, la dignità come mezzo e come scopo il differenziarsi dagli animali;
  2. per quanto riguarda l’animalità dell’uomo e la sua intelligenza, il fatto che l’uomo impiega o dovrebbe la propria intelligenza per raggiungere in maniera imperfetta quello che le bestie hanno per natura e istintivamente in maniera, se non perfetta, migliore;
  3. la bassezza della ricerca dello svago, fine a se stesso o meno, e la bassezza di ogni azione in particolare come manifestazione di una volontà di vivere di per sé infima perché istinto naturale.

Sono partito da un punto completamente diverso per approdare a nulla, quindi almeno lascio una riflessione. Il discorso voleva andare a parare sui canoni di comportamento che bisognerebbe seguire, in particolare la contrapposizione fra quelli dettati dalla moda, dalle tradizioni e dalla morale (soggettiva). Se il canone di comportamento non è assoluto (quindi se muta in qualsiasi modo) allora è puramente soggettivo. In caso contrario esso è immutabile in ogni tempo e in ogni luogo, e se esiste non va ricercato nelle manifestazioni particolari ma nelle norme assolute cui si richiamano tali manifestazioni.

Sito web

Posted in Blog on novembre 9, 2009 by luvemil

Ho aperto un sito web che nel futuro dovrebbe diventare la mia home page ma per ora è soltanto un’accozzaglia di lettere. Se volete visitarlo questo è il link.

È stato un piacere.

Un saluto a tutti voi che siete come me ancora fra i vivi. Gli altri, purtroppo, non possono recepire alcun saluto.

I reduci – Gaber contro la guerra?

Posted in Blog on ottobre 26, 2009 by luvemil

Su un sito ho letto la dicitura canzoni contro la guerra e poi il testo di “I reduci” di Gaber.

Il testo è il seguente

E allora è venuta la voglia di rompere tutto
le nostre famiglie, gli armadi, le chiese, i notai
i banchi di scuola, i parenti, le “centoventotto”
trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi.

E tutto che saltava in aria
e c’era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia.

E allora è venuto il momento di organizzarsi
di avere una linea e di unirsi intorno a un’idea
dalle scuole ai quartieri alle fabbriche per confrontarsi
decidere insieme la lotta in assemblea.

E tutto che sembrava pronto
per fare la rivoluzione…
ma era una tua immagine o soltanto
una bella intenzione.

E allora è venuto il momento dei lunghi discorsi
ripartire da zero e occuparsi un momento di noi
affrontare la crisi, parlare, parlare e sfogarsi
e guardarsi di dentro per sapere chi sei.

E c’era l’orgoglio di capire
e poi la certezza di una svolta
come se capir la crisi voglia dire
che la crisi è risolta.

E allora ti torna la voglia di fare un’azione
ma ti sfugge di mano e si invischia ogni gesto che fai
la sola certezza che resta è la tua confusione,
il vantaggio di avere coscienza di quello che sei

ma il fatto di avere la coscienza
che sei nella merda più totale
è l’unica sostanziale differenza
da un borghese normale.

E allora ci siamo sentiti insicuri e stravolti
come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi,
con le bende perdute per strada e le fasce sui volti
già a vent’anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi

noi buttavamo tutto in aria
e c’era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia.

Ovviamente sono rimasto scandalizzato dal fatto che fosse citata come canzone contro la guerra, e mi sono affrettato a mandare un commento, andato perduto per la mia stupidità, ma fa niente.

Il punto è: leggete il testo “dalle scuole ai quartieri alle fabbriche per confrontarsi / decidere insieme la lotta in assemblea.”, “come se capir la crisi voglia dire / che la crisi è risolta.”, “ma il fatto di avere la coscienza / che sei nella merda più totale / è l’unica sostanziale differenza / da un borghese normale.”. Questa non è roba da guerra, è lotta di classe.

Estrapolare solo gli ultimi versi

E allora ci siamo sentiti insicuri e stravolti
come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi,
con le bende perdute per strada e le fasce sui volti
già a vent’anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi

noi buttavamo tutto in aria
e c’era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia.

potrebbe far pensare ad una canzone contro i drammi bellici, e neanche perché bisognerebbe essere stupidi per non notare quel “già a vent’anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi” e il rimando al coraggio. Qui sta parlando un comunista contro le azioni dei suoi compagni comunisti: non li approva, certo, ma confonderli con azioni di guerra è veramente troppo. È una lotta politico/sociale di gente che comunque ha una certa visione dello stato, si può condividere o meno, certo, ma non bisogna dimenticare che qui non si parla di pozzi di petrolio ma di ideali. No, non è assolutamente una canzone contro la guerra, è una canzone contro i comunisti (e non il comunismo).

PS: noto con piacere che da Linux wordpress viene caricato in pochi secondi, mentre da Windows devo aspettare diversi minuti prima che un articolo sia pubblicato. Ancora una volta, al rogo Windows. Kill Bill.

Un capitolo chiuso

Posted in Blog on ottobre 24, 2009 by luvemil

Parliamo della mia vita sentimentale. Chissene frega? Andavene da un’altra parte se non ve ne frega niente. Di certo non mi cambia la vita il fatto che leggiate o meno quello che scrivo qui.

La mia vita sentimentale non è stata molto avventurosa ne interessante. Vorrei dire di essere stato con una sola ragazza, ma mio malgrado devo ammettere che in realtà le ragazze sono due. In ogni caso la seconda non la conto come una vera e propria relazione.

Proprio di questa seconda ragazza vorrei parlare. Vorrei parlare di quello che io considero un capitolo chiuso, ma forse visto che ne parlo ancora tanto chiuso non è, o forse voglio solo chiarirmi le idee.

Potrei dire di volerlo chiudere dicendo che non la conosco e negando di essere mai stato con lei. In fondo per come sono io è più una vergogna che altro essere stato con una ragazza del genere. Non fraintendetemi, per me il 99.9% delle ragazze sono troie, quindi il fatto di cadere in questa categoria secondo i miei canoni significa solo rientrare nella normalità. Ma è questo quello che mi preme di più: per me aver avuto una relazione (o come volete chiamarla voi) con una ragazza normale è una vergogna. Significa ammettere che mi piacciono le banalità.

Poi c’è da dire che da quando mi ha lasciato ho esagerato un po’ la faccenda. Può essere che l’amavo, o può essere che è il mio orgoglio ad aver ingigantito la cosa perché si è sentito ferito… in fondo di ricordo di aver pensato un paio di volte che in realtà aspettavo solo che passasse un po’ di tempo prima di lasciarla. Purtroppo il mio orgoglio ferito non mi permette di essere freddo e calcolatore.

Comunque sia, il motivo per cui non mi riesco a rassegnare è che sono sempre convinto che lei veda il mondo come lo vedo io. Questo è il motivo per cui mi tormentavo quando sono stato con lei (in questa sede sono nell’ipotesi che siamo stati insieme, ma fuori di qui io e lei ci conosciamo a stento), ed è il motivo per cui non riesco a convincermi che lei non provi più niente per me.

Il problema della mia visione del mondo, è che io non cambio mai. Che io dica di amarla o meno dipende dalle circostanze, è per questo che io ho smesso di credere nell’amore, ma il fatto che mi piaccia… non sono sicuro di poter dire che dipenda dalle circostanze. Io credo che ci sia come uno schema che è presente a priori nella mia mente, anzi che deriva necessariamente dalla mia mente di per sé. Quando penso a questa ragazza questo schema si riempie in vari punti (sarebbe troppo pretendere di trovare una ragazza che li riempia tutti vero?). In realtà questi punti non sono molti, devo ammettere che la precedente combaciava di più sotto molti altri aspetti. Tuttavia punti che io ritenevo importanti venivano a colmarsi con la seconda ragazza.

Questa è la mia spiegazione razionale del perché costei mi piaceva. Ne segue anche la spiegazione razionale del perché trovo difficile credere che io non le piaccia più: cos’è cambiato in me per non essere più aderente a questo schema innato? Nulla. Evidentemente allora deve essere cambiato qualcosa in lei. Ma allora lei non è più uguale a se stessa com’era allora. Questo è il motivo che mi è di conferma per la mia rassegnazione razione, e si aggiunge fra l’altro a quelli che già avevo al principio, perché da quando ho cominciato a frequentarla ho capito che molte delle cose che ritenevo interessanti in realtà erano solo illusioni, che dietro una maschera di unicità si nascondeva la più comune delle persone, per di più egocentrica, infantile e stupida. Ecco perché già all’epoca avevo deciso che l’avrei lasciata, ed ecco perché razionalmente non la voglio più.

Eppure credo che sempre per il fatto che io non cambio mai, unito al mio ego infantilissimo e al mio orgoglio ferito, se mai dovessi reincontrarmi con lei cadrei di nuovo nella trappola. Non vi è alcun dubbio su questo. E purtroppo non posso neanche incomparla di ciò, perché è unicamente colpa mia.

Mi consola il fatto di constatare di essere diverso da lei. Ho sempre odiato questo modo di trattare l’amore con leggerezza, e noto con piacere che non ci riesco. Sono fiero di essere diverso, anche se devo accettare di essere come tanti altri.

Per finire, mi vergogno di me stesso per aver avuto una relazione futile e stupida. Per tanto, io mi comporterò come se non fossi mai stato con questa ragazza, cosa che, dal mio punto di vista, realmente non è avvenuta. Quella che è stata non si può classificare in alcun modo relazione.

Adesso il capitolo è veramente chiuso.