Archive for the Brainstorm Category

Giorgio Gaber – Il comportamento

Posted in Blog, Brainstorm, Musica on luglio 13, 2010 by luvemil

Dopo più di sei mesi di assenza i miei cari lettori fidati saranno ormai decimati, ma non importa. Sono cambiate tante cose in questo anno che ormai è terminato (l’anno per me va da un giugno al successivo), quindi bisognerebbe aggiornarci… sincronizzarci. Tuttavia preferisco lasciare un po’ di mistero che non guasta mai e potrebbe anche garantirmi quel tanto di fascino sufficiente da riuscire a rimorchiare. E proprio a questo proposito è la canzone che vi propongo. Mi raccomando, non fermatevi alla prosa iniziale ma ascoltatela tutta. Il tema dell’inesistenza dell’Io è abbastanza forte in Gaber, e sarebbe un ottimo spunto per cominciare a esporre una breve trattazione sul significato di intelligenza, di linguaggio, di comunicazione, di coscienza, di pensiero e infine di Io, ma è tardi e non ho voglia di dilungarmi.

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Una questione di cura

Posted in Blog, Brainstorm on novembre 11, 2009 by luvemil

Oggi mi trovavo a parlare con un mio caro amico dell’essere truzzo. Francamente non so di preciso cosa significhi la parola, quindi ho cominciato a chiederlo a lui che sembrava così esperto in materia.

Il mio amico comincia col rapportarli ai punk (in realtà non si riferiva proprio ai punk, ma va bene questa approssimazione). Un truzzo si cura.

E io: cosa significa curarsi?

Dopo vari fraintendimenti siamo giunti a stabilire che curarsi significa lavarsi, profumarsi e vestirsi in modo decente. Tralasciando particolari insignificanti (come ad esempio l’asserzione discutibile che chi si cura è un truzzo, ma lasciamo stare), possiamo dire che ci siamo fermati grosso modo qui.

Quello che vorrei portare all’attenzione del lettore è una parte importante del discorso da un punto di vista psico-sociale. La tesi secondo cui un abbigliamento “decente” implica l’apposizione di qualche firma sul capo o comunque la sua vistosità. Vistosità, perché è stata esplicitamente a quello che definisco un dignitoso nero e che di gran lunga preferisco.

L’affermare questa tesi significa che all’interno della massa dei giovani si è perso un concetto antico quale quello di dignità: non vi è nulla di male ad avere un’ossessione per l’aspetto esteriore e non sto in alcun modo a sindacare sui gusti che sono personali e sacri. Tuttavia ormai è diffusa l’idea per cui la mancata cura ossessiva significa trascuratezza, tralasciando quindi quella che può essere una visione estetica sobria. Praticamente fra i giovani d’oggi (non tutti, fortunatamente), la serietà non ha alcun peso.

In questa nuova generazione io mi sento veramente emarginato, eppure a volte mi rendo conto di non essere diverso dagli altri. Io non ho mai compreso le mode e i gusti dei giovani, non sono mai stato d’accordo su quello che io considero il desiderio di non pensare. Lo svago come obbiettivo vita, è questo che proprio non riesco a concepire. Questa masse mi danno l’impressione di vivere soltanto per dimenticare la vita.

Non riesco a non guardare con occhio sospettoso questa concezione. Non riesco a trovarla in nessun modo attraente. Non capisco come si possa trovare piacevole andare in discote, non capisco come si possa trovare gradevole esteticamente una maglia D&G, non capisco come si possa indossare un jeans strappato con camicia e maglioncino, non capisco come ci si possa vantare delle proprie avventure amorose (e giudicare, poi, una ragazza che se ne vanta “perché lei è una ragazza”). Non capisco come si possa giudicare gli altri.

Io non condivido molte idee, ma da non condividere a denigrare apertamente cambia molto.

Io credo che al di là di tutto, l’uomo è un animale. Non c’è niente di onorevole a comportarsi da animale (nel senso di soddisfare istintivamente ai propri bisogni e vivere soggetti ad essi), significa solo comportarsi in modo naturale. Quello che l’uomo ha di più della bestia è l’intelligenza, un comportamento onorevole o dignitoso può essere quello di sfruttare tale intelligenza per distinguersi dalle bestie. Ad esempio in modo kantiano domandarsi se è possibile l’universalizzazione di un’azione, e qui soggettivizzare gli altri nell’azione: considerarli uomini.

In particolare, è proprio di un uomo d’onore rispettare l’idea altrui e mai in nessun caso denigrarla gratuitamente. Inoltre, poiché l’unico giudice dell’onore di un uomo è lui stesso, mai pronunciare giudizi morali, etici o estetici. La dignità di un uomo è personale, ma significa dignità anche astenersi dal giudicare gli altri.

Sono conscio del fatto che questo non è un discorso organizzato coerentemente, ma è colpa dell’ora a cui scrivo. Comunque due tesi fondamentali sono emerse che mi ripropongo di trattare meglio a mente lucida nei prossimi giorni:

  1. per quanto riguarda le norme di comportamento generali, l’onore dell’uomo come cardine su cui basare il sistema etico, la dignità come mezzo e come scopo il differenziarsi dagli animali;
  2. per quanto riguarda l’animalità dell’uomo e la sua intelligenza, il fatto che l’uomo impiega o dovrebbe la propria intelligenza per raggiungere in maniera imperfetta quello che le bestie hanno per natura e istintivamente in maniera, se non perfetta, migliore;
  3. la bassezza della ricerca dello svago, fine a se stesso o meno, e la bassezza di ogni azione in particolare come manifestazione di una volontà di vivere di per sé infima perché istinto naturale.

Sono partito da un punto completamente diverso per approdare a nulla, quindi almeno lascio una riflessione. Il discorso voleva andare a parare sui canoni di comportamento che bisognerebbe seguire, in particolare la contrapposizione fra quelli dettati dalla moda, dalle tradizioni e dalla morale (soggettiva). Se il canone di comportamento non è assoluto (quindi se muta in qualsiasi modo) allora è puramente soggettivo. In caso contrario esso è immutabile in ogni tempo e in ogni luogo, e se esiste non va ricercato nelle manifestazioni particolari ma nelle norme assolute cui si richiamano tali manifestazioni.

La differenza

Posted in Brainstorm on ottobre 21, 2009 by luvemil

Ma il fatto di avere la coscienza
che sei nella merda più totale
è l’unica sostanziale differenza
da un borghese normale.

Credo sempre più di non essere né io nulla di speciale, né gli altri nulla di così misero. Ciò che ho più degli altri è un Io che chiunque ha più del non-sé, ma questo non mi rende particolarmente interessante, in realtà questo non cambia nulla.

Posso passare il resto della mia vita a cercare una risposta alla domanda “Qual’è il modo di vivere che rende la vita degna di essere vissuta?”, ma non ci sarà nessuna differenza fra la mia vita e quella di chiunque altro.

Siamo tutti uomini che dal giorno in cui sono nati procedono inesorabilmente verso la morte. E con la morte non intendo nulla di sovraumano, giusto, benefico-a-chicchessia. No. Con morte intendo annullamento totale. Noi uomini vediamo la nostra mente crescere, accumulare conoscenze ed esperienza al solo e unico scopo di venire totalmente annientata. Siamo brandelli di coscienza che aspettano di perdersi nella tempesta.

Religione

Posted in Brainstorm on ottobre 6, 2009 by luvemil

M: «C’è stato un tempo in cui credevo in Dio. A quei tempi, quando osservavo una funzione religiosa, mi domandavo “A chi giova?”. Lo domando ora a voi.

«Di certo non a Dio. Di certo a Lui non importa se gli uomini si riunisco uno, due, o sette volte la settimana per recitare un’accozzaglia di parole, o meglio lettere. Perché Dio certo non ascolta le parole, né tanto meno le capisce. Comprende quello che vogliamo dire, certo, ma qualcuno di voi oserebbe dire che Dio parla qualche lingua in particolare? O tutte le lingue? E se così fosse che registro usa quando parla? Con che espressioni?

«Inoltre a qualcuno di voi verrebbe in mente di dire che giovi a Dio sapere che noi mangiamo qualcosa in Suo nome? O che ci salutiamo in modo particolare? Le funzioni religiose servono unicamente agli uomini. Su questo credo che siamo d’accordo.

«Andiamo avanti. Chi stabilisce le regole delle funzioni religiose? Dio? No, gli uomini. Non userò per dimostrare ciò l’argomento “Altrimenti le funzioni sarebbero sempre uguali nel tempo”, mi limiterò a ricordarvi che sono i capi spirituali a dirvi come eseguire un rito. “E alle guide spirituali viene detto da Dio”, mi direte voi. Al che io vi chiedo, a Dio importa che noi ci battiamo il petto tre volte, ci inchiniamo davanti a un pezzo di pane, alziamo le mani al cielo e cantileniamo tutti insieme? Dal mio punto di vista ciò è impensabile per la divinità.

«Dunque le funzioni religiose sono create dagli uomini, per gli uomini. Ergo esse non hanno alcun peso davanti a Dio. D’altronde riuscireste a immaginare un Dio che conta le partecipazioni? “Tu hai pregato ben tre volte al giorno per sessant’anni da quando hai scoperto la fede, bravo! Ti meriti proprio un premio”. Ma fatemi il piacere.

«Che differenza c’è fra mille, cento, dieci e zero? D’accordo, lasciamo lo zero da parte per il momento che è un caso diverso, parliamo di un numero positivo. Ora, Dio nella sua immensità e infinità, che differenza può percepire fra uno e un miliardo? Essi sono talmente prossimi per lui che per darvi un’idea sarebbe come per noi immaginare due punti talmente vicini da sovrapporsi. Come facciamo a distinguerli? Supponiamo anche di poterli ingrandire e di vederli distinti, concorderemmo comunque sul fatto che sono estremamente vicini. Inoltre, se li ingrandiamo abbastanza da distinguerli, possiamo inserire altri due punti che sono più vicini ancora dei due precedenti, e così via all’infinito. Alla fine dobbiamo concordare che tornando alla nostra dimensione comune, quei due punti sono lo stesso punto, per il nostro modo di vedere. Allo stesso modo, per Dio che è infinitamente più grande di noi, una volta o svariate migliaia di miliardi di volte sono uguali.

«Dunque, se pregare serve, o è sufficiente pregare una volta sola o non si pregherà mai abbastanza. Nel secondo caso, che si preghi migliaia di volte o nessuna non fa alcuna differenza.

«Il primo è più complesso. A questo punto vogliamo dimostrare l’inutilità della preghiera in sé. Dunque domando a che scopo pregare? A Dio di certo non giova, come non giovano le funzioni religiose. Pregare serve solo agli uomini, per avere la presunzione di contattare Dio. Eppure abbiamo visto che alle parole Dio non dà alcun peso, quindi è sufficiente l’intenzione affinché sia già stabilito tutto. Pregare significa solo dimostrare perseveranza e onorare Dio dicendogli a parole e in modo impreciso quello che già sa senza bisogno di parlare e alla perfezione. Inoltre a Dio non importa di essere onorato, così come non importa di essere deriso, perché d’altronde come può un uomo deridere Dio? Io sono un essere umano e non mi curo di quello che dicono di me gli altri uomini, figuriamoci Dio quanto può importarsene. Allo stesso modo, non si curerà di essere onorato dagli uomini.

«Dunque pregare è una funzione prettamente umana che con Dio non ha nulla a che fare. Segue che è inutile.

«Mi domando, allora “Come ci si salva?”. Le preghiere e i riti non servono, come prima. Cosa rimane? Le opere. Con opere intese in senso positivo o negativo (logicamente parlando, non da un punto di vista morale) o se preferite in senso attivo o passivo.

«Dunque in base alle opere l’uomo si salva. Ma… aspettate un attimo. C’è un imprecisione non vi pare? L’uomo non si può salvare da solo, Dio lo salva. Allora in base alle opere Dio giudica e salva l’uomo. Ma questo equivale ad affermare che l’uomo si salva da solo, perché Dio giudica equamente in base a quello che potremmo definire un catalogo. Mette le crocette e fa la somma come un ragioniere, alla fine decide se un uomo è salvo o meno. Ovviamente per semplicità di cose ogni azione è buona o cattiva e viene giudicato un numero dispari di azioni, altrimenti potete immaginare i problemi che ne verrebbero fuori. Scherzo ovviamente.

«Vediamola in un altro modo. Si dice che Dio abbia dato la libertà agli uomini. Libertà di scegliere se agire nel bene o nel male.

«La salvezza viene decisa (direttamente o indirettamente, non importa) da Dio o dagli uomini. Gli uomini hanno tutto l’interesse a salvarsi, dunque se dipendesse da loro sceglierebbero tutti il bene. Ma a questo punto non ci sarebbe alcuna libertà, perché il Bene è tutto ciò che è stato dato loro da Dio. In questo caso gli uomini non scelgono, quindi non hanno libertà.

«Per avere libertà, un uomo deve scegliere il Male, in questo modo afferma la propria libertà, ma allora non ci sarebbe nessun salvato.

«Dunque se l’uomo è libero e decide della propria salvezza, allora non viene salvato, ma se un uomo decide della propria salvezza si salva, allora l’uomo non può essere libero di agire nel bene o nel male e contemporaneamente decidere della propria salvezza.

«Ma l’uomo può agire sia nel bene che nel male, questo non è solo un dato di fatto ma anche un insegnamento religioso. Ne deriva che Dio decide della salvezza o meno indipendentemente dalle azioni degli uomini.

«Questo in altri termini significa che la dimensione divina è completamente diversa da quella umana, e che la religione serve solo ed unicamente agli uomini indipendentemente da Dio, poiché a Lui è indifferente.

«Quindi nessun rito, nessuna preghiera e nessuna religione è quella giusta. La scelta dipende solo dalla sensibilità di ciascuno.

«Vi ho convinti?»

P: «Solo una domanda. Perché adesso sei ateo?»

M: «Così come non cambia niente a Dio dell’esistenza degli uomini, non cambia niente agli uomini, e a me in particolare, che Dio esista o meno, dunque è come se non esistesse, dunque non esiste. Quindi non ha senso alcuna religione»

Brainstorm #1

Posted in Blog, Brainstorm on dicembre 25, 2008 by luvemil

Pensavo, e immediatamente appena penso “pensavo” gli si affiancano “I was thinking” e un generale predicato P di cui la variabile i (io) è l’argomento: Pi.

Pensavo a quanto sia stupida la lingua italiana, perché una frase del tipo “x mi piace”, che analizzata logicamente darebbe x = soggetto, mi = compl. di termine, piace = predicato verbale, in inglese equivale a “I like x”, ovvero I = soggetto, like = predicato verbale, x = compl. oggetto, che è più logico. È più logico perché andando ad affermare che “x mi piace”, io intendo che l’oggetto x compie un’azione che io patisco, mentre in realtà è chi la patisce a compiere l’azione.

Il dilemma che sta dietro è più profondo, ma prima di andare al clue una piccola riflessione. Quando in italiano dico “x piace”, sorge subito la domanda A chi?. Possiamo quindi dire che il predicato piacere è della forma “x piace a y”. In inglese invece diciamo “x likes y”. Anche in lojban c’è un gismu (nelci) che ha forma “x nelci y” e lignifica “x is fond of/likes/has a taste for y (object/state)” (da notare che y non può essere una persona). Ma “x piace a y” = “y likes x”. Se invece voglio dire che “x (persona) piace a y (persona)”, in inglese dirò sempre “y likes x”, ma in lojban dirò “y cinynei x”, lett. “x fancies y (cinse ‘sex’ + nelci ‘like’)”. Traduco dal lojban all’inglese perché non c’è materiale lojban-italiano e poi mi ritroverei con evidenti problemi di traduzione. Comunque in inglese posso dire I like a person, ma è un po’… insomma, non rende l’idea di piacere fisico. I fancy somebody invece rende meglio l’idea, perché fancy (sost.) può significare “un sentimento di piacere causato dal capriccio più che dalla ragione”.

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